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venerdì 16 settembre 2011

Della pesca (e la Proposta di nuove regole)


Se ripercorriamo la Storia del porto dai tempi delle prime paranze, cioè nella seconda metà dell’800, senza inoltrarci nei secoli precedenti di cui abbiamo notizie scarsissime a riguardo, dobbiamo notare che le prime reti a strascico dei nostri bisnonni venivano trascinate da due paranze, o barchitti, o lancette.
Erano reti a strascico ma leggere e  per trainarle, eppure, c’era bisogno di due barche spinte dal vento.
Complessivamente, la forza del vento e la rete a strascico leggera, avevano un impatto ambientale modesto e, o perché si era solo all’inizio dello sfruttamento delle risorse marine o perché le tecniche usate non erano invasive, le risorse ittiche si mantenevano  pressoché illimitate.
Si può affermare che in quel modo l’ambiente rimaneva intatto. La forza propulsiva, il vento, costringeva i pescatori ad usare reti adeguate ad esso. Quindi le reti a strascico si potevano chiamare “leggere” rispetto a quelle odierne. E comunque ogni due barche, una rete.
Le paranze venivano armate sempre a coppia proprio perchè per trascinare  una rete c'era bisogno di due barche che ne aprissero la bocca . La poppa delle paranze era semplice, con un grosso timone , che faceva anche da deriva per limitare lo scarroccio.



La situazione ha cominciato ad evolvere  ai primi decenni del ‘900, con l’ingresso sul mercato dei motori marini. Ci ricordiamo dei  motori degli anni ‘50/’60, Ansaldo soprattutto, che, per dirla con una battuta, “facevano un giro al minuto”. Erano i primi diesel marini, con un basso numero di giri.
Comunque da allora, cioè da quando si incominciò ad installarli sui primi pescherecci, che poi erano in certi casi le ultime paranze a vela trasformate, ogni barca trainava una sola rete a strascico. Per aprire la bocca della rete si cominciarono ad utilizzare nuove attrezzature fra le quali le più importanti furono " i divergenti", che in dialetto venivano chiamate "porte", proprio per la loro forma, come se fossero dei piccoli portoncini. I primi divergenti erano fatti di legno e ferro e la loro finalità era quella, usate a coppia, di strusciare sul fondo e allargare, mentre era in tiro, la bocca della rete. E da allora fu possibile ad  una sola barca trascinare una rete.


i moderni divergenti in acciaio



E quindi da allora lo sforzo produttivo iniziò  ad aumentare.
Per tutto il secolo, pur passando attraverso due guerre mondiali, lo sviluppo dei motori da una parte e delle barche dall’altra continuò incessantemente: motori sempre più potenti, con più cavalli, su barche sempre più marine e attrezzate. 
E se le paranze a vela trascinavano in due una sola rete leggera su un tratto di  due miglia in un’ora, le barche a motore trascinavano  una rete più pesante su un tratto di fondale di quattro miglia in un’ora. 
Più i motori sono diventati potenti, più è aumentato il tratto di fondale su cui la rete strisciava. Non solo ma, durante il secolo, il numero delle barche è cresciuto notevolmente. E le reti si sono appesantite, anche se sono sostanzialmente rimaste uguali alle reti a strascico tradizionali.



rete tradizionale "tartana"



Anche le attrezzature venivano pian piano cambiando: dai  calamenti (le cime che trascinano la rete, fatte di pezzi di diverso spessore) salpati a mano o con l’aiuto dei paranchi sulle paranze,  si è passati ai calamenti tirati su dai verricelli azionati dai motori. 
Inoltre dai calamenti di fune delle paranze si è passati ai cavi d’acciaio attuali. 
Negli ultimi decenni del ‘900 c’è stato un adeguamento continuo sia delle reti sia delle attrezzature a bordo dei pescherecci.
Ed è incominciato lo sfruttamento intensivo delle risorse marine:

clicca nel link sottostante per il VIDEO:

Ma con l’avvento sul mercato delle reti “americane”, all’inizio del nuovo secolo, l’aggressione all’ambiente si è notevolmente accentuato. La caratteristica delle reti americane  è principalmente quella di avere sulla “bocca”  delle pesantissime catene che “arano” letteralmente il fondale pescando tutto quello che capita e distruggendo l’ambiente in profondità.
La rete americana ha sui fondali, per usare una similitudine, lo stesso effetto che avevano sul terreno i cavalli di Attila, il famoso condottiero barbaro del tempo dei Romani, di cui si diceva  che dove passava lui non cresceva più erba, intendendo con questo che i suoi numerosissimi cavalieri e i suoi cavalli erano  così  “invasivi” da radere il suolo.  Ecco,  la rete americana fa lo stesso lavoro.
Oppure, in un certo senso, opera come se, per catturare gli animali che occupano una foresta, radessimo al suolo la foresta stessa.


uno scoglio preso con una rete americana da un peschereccio pescarese e poggiato sulla banchina del porto di Pescara il 22 marzo 2014.
Come ci ha fatto notare Nisio, detto "il coreano", della famiglia Gasparroni, vecchio comandante di pescherecci, che adesso è il retiere di alcune barche, questo scoglio è rimasto in mare per migliaia di anni, perchè prima le reti tradizionali (le "tartane") gli scivolavano sopra in quanto non "aravano" il fondale.La rete americana invece scavando nel fondale anche per 50 cm, come è stato documentato in alcuni studi di applicazione della stessa , l'ha estirpata dal fondo
(vedi ricerca Unimar)




PARTICOLARE DA NOTARE: lo scoglio è pieno di fori fatti dai datteri di mare.




rete a strascico americana





 
 rete americana con catene


Le reti americane vengono anche chiamate “gamberaie” perché vanno a prendere soprattutto  i gamberi che vivono nascosti nelle tane del fondo marino e che sono sempre più richiesti dal mercato e dai consumatori.
In passato le catture di gamberi rientravano in una certa normalità in quanto le tradizionali reti “tartane” sfiorano soltantoil fondo marino.
Le reti “gamberaie” o americane, invece, scavano il fondo marino per 30/50 cm e vanno a catturare molti più gamberi di prima, perché vanno a stanarli anche in profondità.
Ma contemporaneamente rovinano il fondo marino stesso.
Queste sono alcune delle specie catturate:


gamberetto_wikipedia_pandalus borealis_Shrimp in inglese, anche sui vocabolari_(è un crostaceo d’alto mare. Negli oceani e nelle grosse profondità, dell’Adriatico e del Mediterraneo. E’ quello che vive oltre le 20 miglia circa (approssimativamente), nella zona di mare antistante la costa pescarese. 





gambero_wikipedia_Penaeus monodon_Prawn in inglese, anche sui vocabolari_è quello che vive qui da noi dalla costa fino a 8/10 miglia, max 20. Quando è grande è come nella foto: in dialetto  “mazzancolla”. Quando è piccolo è più chiaro, di colore grigio_(si può vedere nella terza cassetta in alto da sx,  nella foto successiva) 



Per completezza di informazione, questi sono alcuni crostacei dell'Adriatico più comunemente reperibili sui mercati locali:

aragosta_Nephrops norvegicus_LOBSTER norway_LOBSTER in inglese  (d’alto mare_volgarmente chiamato qui da noi ”scampo" e che si trova più diffusamente nei fondali più alti)


aragosta mediterranea_Palinurus elephas_ Spiny LOBSTER_o anche CRAYFISH in inglese (e in particolare in Irlanda e sui vocabolari)_è quella che vive alle isole Tremiti e in Croazia dove ci sono fondali alti e rocciosi_




Panocchia_mantis shrimp_wikipedia_mantis Shrimp in inglese_
Vive più vicino  alle coste, su fondi sabbiosi o fangosi, spesso in prossimità della foce dei fiumi.



Alcuni pescatori, avveduti, sono rimasti fedeli allo strascico tradizionale. Ma pur sempre troppo pochi rispetto alla maggioranza, che invece ha rincorso lo sfruttamento ittico con le reti americane.
Ma non solo. Con l’adeguamento delle attrezzature a bordo, e quindi dei verricelli, e con l’aumento di potenza dei motori, ogni barca è arrivata a trainare da sola fino a quattro reti americane.
Questo in Adriatico e nel Mediterraneo. 
Abbiamo parlato nei giorni scorsi con un comandante di peschereccio da pesca atlantica che ci raccontava di aver  trainato con la sua sola barca fino a otto reti americane, contemporaneamente. 
Poi ha smesso perché anche in quelle zone il pesce si è rarefatto. (clicca qui)



Annamaria, con il suo banco di pesce



il tipico pesce da "brodetto" dell'Adriatico


Allora ci torna in mente quello  che raccontava Giovanni Soldini, il famoso navigatore a vela in solitario italiano:  lo sfruttamento delle risorse ittiche, sia a livello di mare Adriatico sia a livello mondiale, è stato negli anni “di progresso civile” talmente esasperato da portare ad un generale impoverimento della fauna ittica. Per fare un solo esempio, raccontava in TV (Geo&Geo), che un suo amico pescatore messicano gli diceva che anni fa con cento metri di reti campava la famiglia. Adesso con mille metri non ce la fa. 
E il problema dell’impoverimento della fauna riguarda tutti i mari ed oceani, a causa dell’eccessivo sfruttamento degli stessi. Le notizie in proposito sono giornaliere.
La rarefazione del pesce è dovuta allo sfruttamento esagerato delle risorse marine e delle tecniche di pesca, oltre che all'inquinamento dei mari.
I pescatori devono convincersi che in fondo il mare, in un certo senso, è loro e loro soprattutto devono preoccuparsi di salvaguardarlo, anche con una accorta programmazione di lavoro e di invito al consumo di pesce (Clicca qui).
Anche se del loro sforzo produttivo non ne hanno beneficiato soli. Ne ha beneficiato l'indotto e ne ha beneficiato tutta la società, se non altro come consumatrice finale di  appetitosi piatti. 


Questo è il quadro complessivo della pesca nel mondo e delle modificazioni avvenute (riprese da La Stampa.it e Il Fatto Quotidiano):





situazione 


situazione pesci nel mondo (da La Stampa.it) - particolare 1

particolare 2


particolare 3a


Metà della fauna marina è scomparsa negli ultimi 40 anni: leggi



particolare 3b


particolare 3c

 Il fitoplancton è alla base della catena alimentare  marina  (*da “Oceano” di Piero Angela e Lorenzo Pinna):

diatomee, dinoflagellati, copepode 
 
Da “Oceano” di P. Angela e L. Pinna

 
Da “Oceano” di P. Angela e L. Pinna


El Nino, il clima, e le risorse ittiche, dal 1987 al 2015, fonte NASA, dal Sole24ore: leggi quì):




----------------------- Cronache dal mondo della pesca -----------------------------
Dall’articolo di Paolo Valentino del 28 maggio sul Corriere della Sera, abbiamo notizia della pubblicazione del nuovo libro di Mark Kurlansky, “World without fish”, (Un mondo senza pesce), “che chiunque si occupi di problemi ambientali dovrebbe leggere. Ogni suo capitolo si apre con una citazione di Charles Darwin: anche se tutti lo conoscono per la teoria dell’evoluzione,«la sua lezione più importante è quella che noi chiamiamo biodiversità: per avere un ecosistema in salute abbiamo bisogno di un'ampia varietà di specie. Il punto è che abbiamo alterato il modo di funzionare della natura. Non è possibile tornare indietro, ma occorre ricostruire un ordine naturale in grado di funzionare e perpetuarsi...
E questo significherà anche cambiare il nostro stile di vita personale e le nostre abitudini di Paesi abbienti. Dovremo essere più responsabili nella scelta del pesce che compriamo. 
E anche smettere di depredare le riserve marine al largo dell'Africa e del Sudamerica. Educare i pescatori alla sostenibilità, anche mettendo al bando le tecnologie più invasive come le reti a strascico, come già accade in alcune piccole aree in Europa e in America. Ridurre l'inquinamento dei mari... 
Ma non è tanto e solo una questione di salvare gli oceani - spiega Kurlansky - quanto di salvare loro (i pesci, ndr) e il nostro rapporto con loro. 
L'acquacoltura non è una soluzione: non solo è un disastro sul piano ambientale, ma non salvaguarda il rapporto col mare. La diversità sociale è altrettanto preziosa della biodiversità: occorrono molte culture perché una civiltà fiorisca e quella del mare è fondamentale».”


Foto di Gigino: "La quinta gemma",  in pesca



Intanto da questo articolo di Enrico Bellinelli del 4 maggio 2011, apparso sul Corriere della Sera-Veneto, abbiamo letto: Che succede nell'alto Adriatico? Le vongole muoiono senza una plausibile spiegazione. I banchi di pesce si riducono. Bruxelles vieta di pescare sottocosta. Il risultato è che i pescatori sono alla fame, il pesce inizia a costare sempre di più, e all'ingrosso il pesce locale sta sparendo. «Il fatto è che in Adriatico il pesce non sa più dove scappare» dice Corrado Piccinetti, biologo che insegna all'Università di Bologna . Quando dice scappare, intende «dall'uomo», dai pescatori. Di quel che accade sotto la superficie del mare, noi ce ne accorgiamo al mercato: squilibri che iniziano a prendere la forma dell'impennata dei prezzi. Sino a metà aprile, al mercato all'ingrosso di Chioggia, il prezzo medio delle canoce, (cicale di mare), era di 11 euro al chilo, con picchi sopra i 13. Come gli scampi. I calamari hanno toccato picchi di 40 euro al chilo. A marzo, le anguèle (acquadelle) toccavano i 7 euro. I banchi delle pescherie venete iniziano a somigliare a fiere del lusso. I mali del mare, poi, affiorano in piena stagione turistica, con il ritardo nei ripascimenti dei litorali.
Le cave di sabbia ospitano fragili colonie di vongole. È una lotta contro il tempo: vanno prelevate prima di aspirare la sabbia necessaria alle spiagge, e immerse in zone dove, da anni, si verificano inspiegate morie che hanno messo in ginocchio i vongolari del Veneziano. Piccinetti ha seguito un progetto della Regione per ripopolare le aree sterili: «È un fenomeno che si verifica da vent'anni - spiega -, eppure le morie recenti non paiono legate a una causa acuta come la carenza di ossigeno. Soprattutto non muoiono tutte le specie che vivono in quelle aree». Sbalzi di salinità, shock termici: nessuna causa basta da sola a spiegare questo fenomeno, la sola cura è un piano di gestione che provveda ogni anno a ripopolare i banchi di vongole. Eppure a soffrire di più, nell'ultimo anno, sono i pescherecci con la «K», quelli della pesca sotto costa. Il famigerato regolamento 1967/2006 dell'Unione Europea ha messo in ginocchio i pescatori che da novembre a marzo pescano le acquadelle o da marzo a giugno le seppie e canoce. Nascono e diventano adulte solo in questo lasso di tempo, ma la Ue ha imposto reti a maglia larga che lasciano sfuggire queste piccole prelibatezze. A denti stretti qualche dirigente delle associazioni di pesca ammette che si sperava in una deroga della deroga. Che finisse all'italiana, insomma. Invece è finita alla prussiana: è stato applicato. A Chioggia molti pescherecci non escono più, oppure calano le reti vietate. La Guardia costiera stacca verbali da 2 mila euro a chi torna a pescare dentro le 3 miglia. Ma non resta altro che rischiare se si vuol portare qualcosa in banchina. «A fine marzo - racconta un pescatore - siamo usciti in mare con la "sciabica", (una rete che si usa in Liguria, ndr) per la pesca sperimentale delle acquadelle, siamo tornati con una cassetta di moli che vale 30 euro. Tolti 20 euro di spese vive, cosa ci resta? I signori di Bruxelles dovrebbero venire qui a Chioggia, salire a bordo delle nostre barche e vedere che con la sciabica non prendiamo ni-en-te! Vogliamo le deroghe come le hanno avute anche altre regioni». In banchina la sensazione è che si sia fatto della piccola pesca un capro espiatorio. I banchi di pesce sono decimati dalla pesca massiva che interrompe la catena alimentare, col risultato che i predatori si spostano altrove per sopravvivere. «Sta arrivando la nuvola nera», dice Maria Berica Rasotto, biologa dell'Università di Padova che coordina il «Progetto Clodia». «Che cosa accade se si continua con questo sforzo di pesca che porta sui mercati pesci cui non si dà la possibilità di riprodursi? Noi proviamo a dare una risposta - spiega - Per quattro anni sono state fatte ricerche su squali e razze. Se ne è estratto un modello previsionale che va bene anche per altre specie. Nei nostri modelli, dopo soli cinque anni di minor sforzo di pesca sulle specie più vulnerabili, la curva della popolazione risale ». La ricerca indica alla politica come raggiungere la sostenibilità ambientale. «Ma è necessario sostenere economicamente i pescatori in questa fase di transizione. E non solo una marineria, quella di Chioggia, perché altrimenti altri mercati ti sopravanzano ».

Il ns. commento a questo articolo, sullo stesso giornale, date le premesse iniziali, non poteva essere che questo:"L’articolo di oggi mette in rilievo i problemi della pesca che lamentano anche i pescatori pescaresi. Qui in banchina si discute del fatto che il pesce si è fatto ulteriormente più scarso a causa dell’uso SMODATO delle reti “americane”, che vanno tolte perché rovinano troppo i fondali. La scarsità del pescato è oramai sotto gli occhi e le tasche di tutti i pescatori: qualche rimedio bisogna trovarlo. Perché gli incassi non coprono più nemmeno i costi del carburante. E secondo le voci più sincere ed esperte i rimedi sono questi:
- Bruxelles ha ragione a vietare la pesca sottocosta. Nelle zone dentro le tradizionali 3 miglia va vietata ASSOLUTAMENTE, perché è in questo tratto di mare che le specie si riproducono. Ma il divieto va mantenuto per tutto l’anno e anzi va ostacolato con la posa in mare di barriere artificiali, che diventerebbero tane di ripopolamento
- Le reti a maglia larga imposte dalla UE non risolvono il problema, perché quando le reti sono in tiro, le maglie, anche se più larghe, si stringono e comunque non lasciano passare vivi i pesci, nemmeno quelli piccoli -Il prof. Piccinetti (che però, secondo i nostri, diede a suo tempo parere favorevole alle reti americane) e la biologa dott. Rasotto hanno ragione: i nostri dicono che bisognerebbe attuare un fermo pesca per tutto l’Adriatico, di 4/5 mesi, nel periodo primaverile, perchè allora il pesce si riproduce; ma in tutto l’Adriatico, perché altrimenti una zona invaderebbe l’altra; e probabilmente ripeterlo ogni anno.
- Ma la pesca in acque internazionali, oltre le 12 miglia dalla costa, come può essere regolamentata ?
 - I pescatori vanno aiutati  in questo periodo di transizione con una forma di cassa integrazione, come per altre categorie. Sappiamo che questi sono accordi difficili e da fare anche con l'Unione Europea (che ha fondi disponibili) e  con la FAO, quindi un po’ più complicati."
Si può dire che in Adriatico settentrionale i problemi sono più accentuati che nell’Adriatico centrale e a sua volta nell’Adriatico centrale sono più accentuati che nella parte meridionale. Certamente ha influito l’effetto antropico (attività umane), progressivamente diverso da Venezia a Otranto, oltre che la biodiversità del mare.

Ma qui vogliamo portare ad esempio, tanto per dimostrare che non siamo secondi a nessuno, la pesca delle vongole effettuata nei 60 km del tratto nord della costa abruzzese dal CO.GE.VO. del presidente Walter Squeo di Giulianova, sotto la guida esperta della biologa marina Carla Giansante (Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Teramo), che dà ad essi le indicazioni migliori per alternare le zone e i periodi di pesca, in base non solo all’esperienza dei pescatori stessi ma anche al continuo controllo della ricerca scientifica.
Quel tratto di mare a nord, pur essendo più abitato dalle vongolare della Regione rispetto all’altro tratto di circa 60 km a sud (80 vongolare a nord, 20 circa a sud) non soffre dei problemi riscontrati  a sud (morie lamentate ma non provate scientificamente, scarsità di pescato) perché il metodo di pesca del CO.GE.VO. è supportato dalla ricerca scientifica.
  
Nisio Gasparroni, ex comandante del "Labrador" e oggi valido retiere. Sua la proposta di porre ostacoli entro le 3 miglia per favorire il ripopolamento e salvaguardarlo dalla pesca di frodo. Infatti, secondo lui, la costa slava, di conformazione rocciosa, è ricca di pesce perchè ricca di tane naturali.

Nell’editoriale successivo al nostro intervento,  Fausto Pezzato, sempre sul Corsera-Veneto, ha scritto, il 5 maggio 2011: " ...Sotto le apparenze ci sono realtà così sconvolgenti che la mente collettiva non può sopportarle senza esplodere. Ma vi sono momenti in cui il disastro che abbiamo combinato appare comunque ai nostri occhi ed emerge dalle nostre coscienze per una sorta di resa dei conti. E in una di queste visioni constatiamo al di là di ogni dubbio che il nostro Adriatico è un letamaio: il pesce che non muore nella cloaca fugge lontano, spinto dall'istinto di sopravvivenza. 
Qualcuno lo sapeva, altri lo immaginavano, la maggioranza non se ne dava pensiero come siamo abituati a fare quando i problemi superano la capacità di affrontarli. 
Gli ammonimenti non sono serviti, le prediche sulla scena del crimine sarebbero una atroce ipocrisia. Allora è (o ci illudiamo che sia) più conveniente chiamare in causa la politica regionale, convocarla senza distinzioni di partito, anzi obbligarla a disfarsi di sigle, insegne e distintivi e allinearla lungo le nostre coste dove si sta estinguendo ogni forma di vita.
Invitare deputati, senatori e portaborse, sindaci , assessori e consiglieri ad ammirare il risultato della nostra incoscienza e della loro vanità. 
Non per scaricare su qualche centinaio di persone responsabilità che in diversa misura sono di tutti, ma per invitarle a unire intelligenze ed energie nell'unica missione che il presente esige per traghettarci nel futuro. 
Detto con un filo di volgarità e una chiarezza universale: «salvarci le chiappe». 
Se in precedenza la cupola del tempio risuonava di voci contrapposte, vera e propria colonna sonora del caos, adesso dobbiamo restituire alle parole il loro senso e convogliarle verso il solo traguardo rimastoci. Mentre le signore affilano le armi della seduzione nella competizione estiva tra Chioggia e Trieste, e l'industria del turismo balneare sforna gli spot pubblicitari del paradiso di sabbia che sta per accogliere i suoi fedeli, i pubblici amministratori di ogni ordine e grado e le nostre pattuglie di parlamentari, nonchè i dirigenti delle categorie imprenditoriali, faranno bene a convincersi che, senza interventi immediati e radicali che chiamano in causa un intero sistema economico con i suoi effetti collaterali, quello che ci ostineremo a definire «fenomeno inspiegabile» potrebbe svilupparsi in un degrado senza ritorno. 
I pesci non hanno l'abitudine di celebrare suicidi di massa per misteriosi e indecifrabili «errori» ignoti alla nostra cultura, semplicemente soccombono quando li priviamo delle caratteristiche vitali del loro ambiente. 
Non dovendo portare il fardello dell'intelligenza, è probabile che siano esentati dall'obbligo della stupidità. 
Come quasi tutti gli animali «domestici», vale a dire commestibili, sono condannati a tirare avanti in un mondo sofisticato che li intossica prima di mangiarli. Così essi possono trasferire sulle nostre tavole, assieme ai piaceri della gola, i brividi del crimine di cui siamo gli unici autori.
Adesso il mare muore. La politica è viva ?"


Da La Stampa del 27/9/2011
Greenpeace lancia un allarme 
per il Mediterraneo




EVIAN
Paul Watson, co-fondatore di Greenpeace e leader di Sea Shepard ha lanciato un s.o.s per il Mediterraneo durante la Global conference di Evian, dedicata a sviluppo sostenibile e tutela dell’ambiente. «Per salvare il Mediterraneo bisognerebbe bloccare la pesca per 20 anni. Nessuno dovrebbe pescare niente. Così lo stanno distruggendo».

«Ci sono 23 Paesi che hanno le loro sponde sul Mediterraneo, quindi è un puzzle molto intricato - spiega - perché nessuno è pronto ad assumersi i propri impegni sulla tutela dell’ecosistema e delle specie. Ma il mare sta morendo. Bisognerebbe creare un’area tabù, come fanno i popoli indigeni di Tahiti. Lì tutti la rispettano, perché c’è l’autorità degli sciamani a vigilare».

Situazione ben diversa da quella del mare Nostrum dove, denuncia Watson, tutti sembrano girarsi dall’altra parte. Come per esempio nel caso del tonno rosso: «I Paesi del nord Mediterraneo lo pescano dicendo “se non lo facciamo noi lo faranno i tunisini”. I tunisini lo pescano dicendo, “se non lo facciamo noi lo faranno i libici”ì. E così via. Ma la verità è che c’è un interesse a far ridurre la specie a portarla vicino all’estinzione, per denaro».

È il meccanismo di domanda e offerta, spiega: «Oggi un pesce si vende minimo a 70 mila dollari, alcuni toccano anche i 300 mila. Meno pesci ci sono, più il prezzo sale, quindi se la popolazione è ridotta al minimo chi vende i tonni è seduto su una miniera d’oro. È quella che si chiama ’economia dell’estinzione».

Un problema che, secondo i “pirati” di Sea Shepard, i governi sono incapaci di risolvere da soli, per mancanza di vera volontà politica. «Come per gli oceani, dove abbiamo tutte le convenzioni necessarie alla tutela, ma nessun incentivo ad applicarle. L’unica soluzione è che le persone si diano da fare, e agiscano in prima persona per tutelare il mare. Alcuni li chiameranno pirati, ma non devono preoccuparsene, perché è l’unica strada per il cambiamento».


Il  ns. commento: "indubbiamente l'articolo di cui sopra è in linea con quanto da noi scritto prima, ma pensiamo che la soluzione prospettata da Paul Watson sia eccessiva. 
Noi pensiamo che una regolamentazione severa delle dinamiche della pesca che parta dalla salvaguardia della fauna ittica sia più adatta alla stessa ed anche al lavoro e all'economia che gli gira intorno. Un esempio: già 25 anni fa la pesca del salmone in Norvegia era contingentata. E ci sembra che tale sia rimasta negli anni salvaguardando la specie ma anche il lavoro che deriva dalla sua cattura.
Noi pensiamo che nel Mediterraneo e soprattutto nell'Adriatico ci sia  bisogno di regole ferree  per la pesca, senza finire nell'eccesso di Paul Watson di Greenpeace".


Da Il Fatto Quotidiano del 18 maggio 2017:
                          
  




                        
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Febbraio 2012

          PROPOSTE PER LA RAZIONALIZZAZIONE DELLA PESCA
in Adriatico (ma non solo )
Una collaborazione tra la biologa marina 

Carla Giansante 

dell'Istituto G. Caporale di Teramo (IZSA&M)

e la marineria pescarese


La base del ragionamento  è rappresentata dalle conoscenze scientifiche utili alla  salvaguardia delle risorse ittiche:

per la salvaguardia della fauna ittica il metodo da seguire non è quello dei fermo-pesca a pioggia durante l’arco dell’anno  ma un metodo che  per principio corrisponda al periodo di riproduzione delle singole specie di pesce.

Il fine deve essere quello di permettere la salvaguardia della fauna ittica e contemporaneamente la prosecuzione delle attività marinare, attività che costituiscono da secoli la risorsa di intere generazioni di addetti ai lavori e di cittadini fruitori del prodotto pescato.

E’ un po’ come quello che avviene per la pesca delle nostrane vongole, chiamate nel dialetto locale “paparazze”,  autoregolamentata  dai pescatori stessi che evitano di pescare durante il periodo di riproduzione e che alternano le zone di pesca, con l’aiuto di un Ente scientifico (Istituto Zooprofilattico Sperimentale "G. Caporale" di Teramo - IZSA&M), strategia dimostratasi efficace nel tempo.

L’IZSA&M si è interessato in diverse occasioni dell’argomento, elaborando proposte tecniche fatte proprie dal Comune di Pescara e accolte dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali per la definizione dei periodi del cosiddetto

“fermo-pesca biologico”.

 I risultati dello studio sono stati pubblicati nei  seguenti  lavori  scientifici:

- Giansante, C., Vallerani, M., Angelini, S. Periodi riproduttivi delle specie ittiche dei mari italiani,    5° Convegno Nazionale per le Scienze del Mare, Viareggio 14-18 novembre 2006.
.- Giansante, C., Vallerani, M., Angelini, S. Spawning periods calendar of commercial fish in the  Adriatic Sea: a preliminary study, Chemistry and Ecology, 24(S1), 1–10, 2008.

Come indicano i dati del poster, è nei mesi primaverili (marzo, aprile, maggio, soprattutto),  specificati nel testo, che deve intervenire il fermo biologico con il totale coinvolgimento di  tutte le categorie di pescatori.
 



Comunque sarebbe importante approfondire e  capire se si vuole fare un discorso generale sulla biodiversità o se si  vuole proteggere in modo particolare qualche specie di maggiore interesse, se si vuole agire sugli adulti o sul novellame.

ll “calendario ittico” redatto dall’ IZSA&M, nel quale sono riportati i periodi riproduttivi di tutte le specie del Mediterraneo, è la base scientifica sulla quale ragionare. 


Calendario mensile estrapolato dal Poster  dell' Istituto Caporale Teramo - IZSA&M

                
Da esso si evince che, come confermano le esperienze storiche e le considerazioni empiriche della nostra marineria, i pesci si riproducono specialmente a primavera e soprattutto sotto-costa, dal mese di marzo in poi, non appena la temperatura dell’acqua sale. Diverse specie di essi si avvicinano alle acque più calde della costa e vi depongono le uova, per poi allontanarsi di nuovo insieme al novellame.
Quindi sarebbe meglio seguire una regola generale di semplice applicazione: il fermo biologico nel periodo primaverile della riproduzione IN TUTTI I MARI  E PER TUTTI I TIPI DI PESCA.
(Questo non significa che poi non debba essere posta in essere una salvaguardia del novellame. Questo però è più difficile, a meno che non si allunghi il fermo di altri 3 mesi o non si effettui un vero ed effettivo controllo di pesca su di esso, che, come abbiamo detto, dalla zona di mare entro le classiche 3 miglia o dalle Zone di Tutela Biologica individuate, si allarga poi nelle altre zone. Per la  protezione del novellame attualmente non ci sono altre proposte fattibili oltre il prolungamento del fermo-biologico o l’alternanza del divieto di pesca).
Si è visto che i sistemi individuati in passato, alternando il fermo-pesca nei vari mari e in periodi sbagliati, senza seguire il principio della riproduzione, non sono serviti a proteggere le varie specie, non hanno funzionato, vanificando il tentativo di accrescere le risorse alieutiche e creando scompensi nel funzionamento dei mercati.

L’allargamento delle maglie delle reti (40 mm.) già imposto dalla UE purtroppo non ha risolto il problema. Perché quando le reti sono in tiro le maglie, anche se più larghe si stringono lo stesso e buona parte dei pesci ne fuoriescono morti. Il pescato è comunque inferiore,  ma non è migliore la salvaguardia delle risorse ittiche.

Disporre le maglie della rete del sacco di traverso rispetto alla posizione della rete potrebbe essere una soluzione. Ma non è nemmeno essa suffragata dalla verifica  che i pesci più piccoli, che ne fuoriescono, ne escono vivi.

Sotto questo aspetto l’IZSA&M è disponibile e preparato a portare avanti una sperimentazione di fronte all’adozione sia del fermo-pesca sotto costa sia dell’alternanza di fermo nelle varie zone di pesca prestabilite.

Comunque, dal poster  dell’IZSA&M e dal suo calendario è evidente che la maggior parte delle specie ittiche si riproduce a PRIMAVERA, con un picco nel mese di Maggio e decrescente nei mesi successivi, e quindi ogni sforzo per salvaguardarle  va fatto in tale periodo: sarebbe questo il vero FERMOPESCA-BIOLOGICO.

Il fermo naturalmente deve riguardare contemporaneamente tutti i tipi di pesca, perché altrimenti ne sarebbe vanificato l’intento:

Pesca a strascico con la tradizionale “tartana”
Pesca a strascico con la nuova rete “americana”
Pesca con la lampara, pesce azzurro: da approfondire con gli stessi operatori e con                                                                                      l'IZSA&MT. 
Pesca al tonno: idem come sopra per il pesce azzurro
Pesca con il palangaro (con gli ami)
Pesca con le reti da posta (tramaglio, liscia,…)
Pesca con le nasse
Pesca con i cerchietti
Pesca con la canna (surf casting, d’altura,…   )
e gli altri

La istituzione del fermo-biologico primaverile, di semplice attuazione e che permette un facile controllo sulla salvaguardia dei fondali soprattutto nelle zone sotto-costa, se esteso contemporaneamente in tutte le zone e per tutti i tipi di pesca, risulta essere quindi la maniera migliore di salvaguardare la riproduzione della fauna ittica, che è la priorità assoluta.

Altrimenti sarebbe come pretendere di avere figli nel corso dell’anno senza che le femmine restino gravide a primavera.

Nell’Adriatico centrale, considerato la culla del Mediterraneo, dove si rileva scientificamente la più grossa concentrazione di fitoplancton*, ci sono zone dove si dovrebbe attuare un fermo alternato di 6 mesi o un anno (fra cui la Fossa di Pomo che è la nursery riconosciuta di scampi e naselli, ZTB già istituita ma senza Piano di Gestione) . 
Esse si possono rilevare sulla carta da queste coordinate:

1)      Fossa di Pomo: 43°00’-14°56’/43°28’-15°18’/43°16’-15°40’/42°51’-15°16’

( su cui c’è un accordo del 2000 dell’Unione Europea con la Croazia, rivedibile, adesso che anch’essa  è entrata nell’Unione. Purtroppo priva di Piano di Gestione, da quanto ci raccontano i nostri che pescano in quelle zone, è stata eccessivamente sfruttata da chiunque, sia da chi pratica lo strascico con la tartana sia da chi pratica la pesca con il palangaro, ma soprattutto dai sambenedettesi che vi pescano tutti da 5/6 anni con le invasive reti americane doppie. Con il risultato che anche la famosa Fossa si è impoverita, anzi desertificata).
Dal 26 luglio 2015, per un anno, sono stati attivati i Piani di Gestione di divieto di pesca nella zona A e B: 


2)      “riconca”: 42°52’-14°27’/42°46’-14°32’/42°49’-14°39’/42°55’-14°35’

3)      “gomito”: 42°52’-14°51’/42°54’-14°54’/42°59’-14°47’/43°01’-14°50’

4)“fondaletto”:42°44’-14°,48’/42°48’-14°54’/42°41’-14°51’/42°45’-14°58’      
         
                


Quindi:

Zone di divieto di pesca:

La vecchia zona di divieto di pesca a strascico entro le 3 miglia dovrebbe essere  allargata a 4 miglia.
Naturalmente va cercata l’adesione dei paesi rivieraschi adriatici (della Croazia, ma anche dell’Albania e della Grecia, e della Slovenia in proposito bisogna ben indirizzare il progetto europeo SHAPE per l’Adriatico, in formazione-), e anche dei paesi rivieraschi mediterranei, in modo da poter estendere la regola a tutti .

ZONE DI RISERVA o ripopolamento:

-         Tutte le zone costiere fino a 4 miglia. Tra la costa e le 2  miglia dovrebbe essere permesso pescare solo con le reti da posta con il limite di lunghezza di 1.000 metri max, e comunque non delle lunghezze attuali,  o  con i piccoli palangari in uso soprattutto sottocosta (Sicilia, Sardegna,…),  e le nasse, ma non durante il fermo biologico primaverile.
-        Quindi il limite per la pesca a strascico andrebbe posto a 4 miglia e il limite per la pesca con reti da posta e gli altri sistemi a 2 miglia.
-      La fascia tra le 2 miglia e le 4 miglia potrebbe rimanere zona di ripopolamento dove è escluso ogni tipo di pesca, come se fosse una Riserva Marina Permanente, durante il periodo di ripopolamento (a primavera).

Naturalmente questa soluzione, che potrebbe essere valida per l’Adriatico, va valutata anche dalle altre marinerie, per assecondare il più possibile gli usi e le abitudini locali.

Sarebbe auspicabile:  in questo modo si regolerebbe tutta la pesca, soprattutto la piccola pesca (reti da posta), che a primavera dentro le vecchie 3 miglia pesca tutte le “mamme”. 
La piccola pesca cattura, ad esempio le seppie, quando si avvicinano entro le 3 miglia tradizionali  per la riproduzione. Deve per questo essere vietata in quel periodo.

Oltretutto non è possibile che la pesca a strascico vada a pescare di frodo entro le vecchie 3 miglia, anche con i pescherecci d’altura come  raccontano i nostri pescatori, salvo mollare velocemente i cavi d’acciaio di un miglio in caso di controlli improvvisi della G.d F. o della C.P., e riportarsi fuori, eludendo i controlli.

Sarebbe ora che le “bluebox”, fatte installare su ogni peschereccio perché ne possa essere individuata la posizione, siano fatte funzionare e i controlli attuati, visto che oltretutto sono costate e costano così tanto agli armatori. Anche se adesso ci sarà il nuovo sistema AIS che darà la posizione in tempo reale e quindi dovrebbe sostituire il "bluebox", contribuendo a non aggravare i costi di gestione dei pescherecci con l'uso di due apparati simili.

Proporremmo inoltre di limitare il tramaglio, molto più impattante sulla fauna marina, anche protetta, come delfini e tartarughe, e meno “pescoso” per la seppia, come dimostrato nel seguente lavoro dell’IZSA&M:

Giansante C. (1), Castriota L. (2), Milillo G.S. (1), Salini R. (1), Andaloro F. (2), Ferri N. (1)
    Evaluation of the efficacy of bottom traps and trammel net in capturing cuttlefish Sepia officinalis in Abruzzian waters (Adriatic Sea).


Pesca con reti americane:

dopo i primi dubbi sollevati dallo studio CNR-Unimar, luglio 2009, che è possibile leggere e vedere cliccando qui, a proposito del loro uso:
-per  le caratteristiche delle catture,
-per le quantità di pescato maggiori  rispetto alla “tartana” tradizionale, ma solo per certi tipi di pesce,
-per il consumo superiore di carburante,
-e soprattutto per l’impatto sui fondali

e dopo le inconfutabili riprove avute nella pratica quotidiana degli ultimi tre anni,  in cui, rimanendo pressoché costante il numero dei giorni di pesca settimanali, la scarsità crescente del pescato è evidente oramai a tutti gli operatori, la responsabilità viene comunemente da noi addebitata alle invasive reti americanesoprattutto se doppie

Esse, come specificato nella premessa, non strusciano sui fondali ma li arano, letteralmente. In tutte le zone frequentate dai pescherecci che le usano, la rarefazione del pescato man mano si è allargata ovunque, persino nella ricca fossa di Pomo, e si fa risalire proprio alle reti americane la principale causa del depauperamento della fauna ittica.
Quindi va vietata nella maniera più assoluta.

Pesca con le lampare:


si è detto prima che dovrebbe essere coordinata con l'aiuto dei biologi dell'IZSA&M (o di altri istituti).
Nell'agosto del 2013 i comandanti hanno raccontato di una proliferazione eccessiva di tonni (la cui pesca è stata vietata dalla UE negli ultimi anni). E i tonni si nutrono soprattutto di pesce azzurro. Secondo il loro parere la pesca del tonno andrebbe ripresa in modo normale, in questo periodo.

La pesca con le lampare però adesso crea un problema alla pesca a strascico e all'ambiente.
Consiste nel fatto che i battelli che vengono messi in acqua ogni notte (3/4 per ogni peschereccio) si ancorano al fondo con un blocco di cemento e con un cordino di nylon invece che con il rampino, da sempre in uso, e che veniva ogni volta salpato. Adesso invece il cordino di nylon che ancora il battello viene reciso per velocizzare la manovra  e rilasciato in acqua insieme al blocchetto di cemento. E il fondale si sta riempiendo di blocchi di cemento e di cordini di nylon. 
I pescherecci a strascico che passano in zona successivamente si ritrovano i blocchi nelle reti e  i cordini di nylon avvolti alle eliche e agli assi (che si riscaldano e si piegano, causando il blocco del motore). Dovrebbe essere vietato il loro uso affinchè non creino danni ai pescherecci a strascico e all'ambiente. 
I blocchetti suddetti sono questi nella foto: 




Pesca al tonno:

già nell'estate 2012 i pescatori riferivano di un eccessivo proliferare di tonni dopo i divieti imposti dalla UE negli anni precedenti. Nell'estate 2013 il fenomeno è cresciuto, nonostante alcuni permessi rilasciati da essa. Sembra che non siano stati sufficienti (e i tonni si nutrono di pesce azzurro. Quindi la catena alimentare si modifica in modo innaturale). La UE dovrebbe essere più tempestiva ed efficace nella sua regolamentazione. 
I sistemi di pesca più compatibili:  pole and line - FAD free.
Pesca con reti da posta (o piccola pesca):

finora ha goduto di una specie di immunità totale, sia per quanto riguarda la lunghezza sia perchè non ha sottostato a nessun periodo di fermo.
Per cui, nei periodi di pesca, esclusa quindi la primavera, la loro zona andrebbe limitata entro le 2 miglia e la lunghezza della rete a 1.000 metri max. o comunque non delle lunghezze eccessive attuali (oramai tutti, con una sola rete, arrivano a coprire anche distanze enormi). 
Altrimenti non si riesce a capire perché la pesca a strascico, che impiega risorse economiche molto maggiori per gli scafi, per i motori, per le attrezzature e per le reti, debba sottostare a tante regole diverse, quali la lunghezza delle maglie delle reti o il divieto di pesca sottocosta o il fermo biologico, e invece la piccola pesca no.
Oltretutto considerato che, operando essa sottocosta, va ad influire dove è maggiore il fenomeno della riproduzione o del ripopolamento, maggiore deve essere quindi la necessità di una sua regolamentazione per salvaguardare meglio la biodiversità delle risorse ittiche (vedi cartine sulla distribuzione del fitoplancton, precedenti).

Pesca con palangaro:

dovrebbe  rispettare anche essa il periodo di fermo biologico primaverile, come regolato per gli altri sistemi di pesca, perché il palangaro cattura tutti gli adulti, che vivono al largo, e quindi è molto dannoso quando essi sono nella loro maggior capacità riproduttiva. 
Tutta la fossa centrale adriatica ne è invasa e in particolare la Fossa di Pomo, al cui depauperamento la pesca con il palangaro ha dato un grosso contributo.

E' inoltre storia di tutti i giorni che nelle eliche dei nostri pescherecci si impiglino centinaia di metri di palangaro con i relativi ami che vanno a stringersi intorno ad esse, causando il ricorso a continue manutenzioni in cantiere.
I palangari vengono calati per decine di km senza alcuna regolaSi veda questo articolo con relativo filmato

Pesca delle lumachine

la stessa marineria chiede di posticipare la pesca a gennaio-febbraio.

Lo scarto:

l’IZSA&M, sulla scia di indirizzi di studio locali ma anche di linee guida europee, è disponibile ad una sperimentazione ulteriore con la collaborazione dei pescatori locali per valutare il possibile recupero dei pesci che vengono ributtati a mare (lo scarto o by-catch) valutando le qualità organolettiche degli stessi, e se il lavoro di preparazione e conservazione può essere ricompensato da prezzi di mercato soddisfacenti per i pescatori ed anche per gli acquirenti finali meno “danarosi”.                                                                                     

Giorni di pesca:  

Si dovrebbe pescare solo 3 giorni alla settimana (lunedì, mercoledì, giovedì). 
(Agg.del 23.11.2015: secondo le ultime notizie ricevute, sarebbero sufficienti e remunerativi per i pescatori anche solo 2 (due) giorni di pesca alla settimana. I prezzi scendono e la quantità di pesce pescato non sopperisce a rendere remunerativa la loro attività).
Questo non solo per lo strascico, ma anche per le reti da posta, etc…
La riduzione dello sforzo di pesca deve essere generale, non solo della marineria pescarese.
Per gli altri tipi di pesca (palangaro d’altura) i tempi vanno regolamentati in altra maniera, concordandoli  con le marinerie più interessate (siciliane, sarde,…) che più effettuano la pesca al tonno, allo spada…, allontanandosi per questo scopo settimane intere dalla costa.
Ripetere l’esperimento per 3 anni e vedere i risultati.                                                                       Sicuramente tutto quello che si fa deve essere supportato dalla ricerca scientifica per valutare i risultati ed eventualmente affinare quanto è in sperimentazione.

Cassa Integrazione: 

Nei 2 o 3 mesi di fermo primaverile i pescatori vanno aiutati con una forma di cassa integrazione.
E’ auspicabile una maggiore razionalizzazione delle risorse economiche europee, nazionali e regionali  sulle  reali necessità della categoria, in modo che non sia un sostentamento di basso profilo, ma una cifra che permetta almeno di soddisfare i bisogni primari (intorno ai 1.000/1200 euro al mese).
Inoltre, poiché ogni  armatore ha fatto degli investimenti e ha mutui da pagare (chi per lo scafo, chi per il motore, chi per le attrezzature,…), bisogna riconoscere un rimborso a forfait, a tonnellaggio (?), per ogni barca, come si è fatto con l’ultimo rimborso “De Minimis”.
E, aspetto più importante, bisogna che il contributo sia elargito immediatamente, e non dopo un anno come è avvenuto per i vari fermo-pesca attuati precedentemente, in modo da permettere ai pescatori almeno il sostentamento immediato della famiglia, senza costringerli a ricorrere allo scoperto in banca, ammesso e non concesso che le banche siano disponibili, data la situazione economica attuale. 
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AGGIORNAMENTI


23 novembre 2015:
 nella trasmissione televisiva "Pesca selvaggia" in Presa Diretta, di Riccardo Iacona, su Rai3, domenica 4 ottobre 2015, è stato possibile avere (e vedere) una conferma di quanto andiamo scrivendo dal 2011: clicca qui

Settembre 2016: dopo 1 anno di chiusura alla pesca della fossa di Pomo da parte delle autorità slave (e italiane) sono da evidenziare le seguenti problematiche:

  • Avendo ristretto la zona di pesca delle barche più grandi, quelle che appunto si recavano nella fossa di Pomo, queste si sono riversate nelle zone più vicine alla costa aumentando lo sforzo di pesca in queste zone. Adesso è il momento che ci sia una rotazione con le altre zone (indicate sopra) e la fossa di Pomo dovrebbe essere riaperta, in accordo e condivisione con i pescatori.
  • Nonostante i divieti alcune barche italiane vanno a pescare ugualmente nella fossa di Pomo e non sono nemmeno soggette alle multe a cui sono soggette le altre: bontà dell’Amministrazione italiana che si comporta con due pesi e due misure ?
  • Nonostante i divieti le barche che praticano la pesca con il "palancaro" continuano a frequentare quella zona di pesca a tutto svantaggio di quelle che non ci vanno (quelle con lo strascico). Giustizia vorrebbe che se la zona è protetta lo fosse anche per le barche che fanno questo tipo di pesca. Le gelosie fra i pescatori mettono in evidenza il sistema NON RISPETTOSO DELLE ESIGENZE DI TUTTI, nemmeno dal punto di vista prettamente biologico. A pagare il conto è sempre la pesca a strascico.
  • Nonostante questi limiti imposti dai governi e dalla UE, a causa dello sfruttamento ancora eccessivo delle zone di pesca e dei prezzi troppo bassi che i mercati danno agli armatori, si rende necessario diminuire ancora di più lo sforzo di pesca e passare dalle 72 ore (3 giorni) alle 48 ore (2 giorni) a settimana per ogni barca. Meno pesce sui mercati = prezzi più alti (gli armatori sono alla fame) e minore sfruttamento delle risorse ittiche.
  • Il fermo-pesca biologico viene ancora interpretato come un periodo di ferie pagato dallo stato (male e in ritardo, in Italia). Per cui si ribadisce il concetto che il fermo, per essere efficace, deve essere attuato nel periodo primaverile e non nel mese di agosto (quando oltretutto i mercati remunererebbero meglio gli armatori).
  • Il fermo-pesca deve riguardare tutti i tipi di pesca: a cominciare dalla piccola pesca che non è soggetta a nessuna regola e tanto meno al limite di reti da poter calare in mare. Oramai la piccola pesca opera dei veri e propri sbarramenti generalizzati a cui non sfugge nessun tipo di pesce, soprattutto quelle specie che vengono a riprodursi sotto costa (seppie, etc...). E devono essere coinvolte dal fermo-pesca anche le barche che praticano la pesca con il palangaro. Non si vede perché solo queste debbano essere esenti dal periodo di fermo-biologico necessario per la riproduzione.
  • Si ribadisce la necessità di eliminare le reti americane che danneggiano i fondali, e che la pesca a strascico sia obbligata a tornare ad usare le tartane, (come d’altronde alcuni pescatori più avveduti sotto il profilo naturalistico non hanno smesso di usare).
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settembre 2011 (ultimo aggiornamento maggio 2017)